Chiudi gli occhi.

scritto da Sonia Anguzza
Scritto Ieri • Pubblicato 13 ore fa • Revisionato 13 ore fa
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A Daniele, l'amore
- Nota dell'autore Sonia Anguzza

Testo: Chiudi gli occhi.
di Sonia Anguzza

 Un gesto minimo,nel passaggio sottile tra il qui e l’altrove, che custodisce un richiamo antico, un sentire primordiale che vibra sotto la pelle.

Basta un respiro e le pareti di una stanza si disfano: si aprono in un campo di grano che ondeggia lento, dorato, vivo. L’aria sa di terra baciata da rugiada, di radici in fermento, di segreti che si muovono nel buio del sottosuolo. Le spighe sfiorano la pelle come dita leggere e ogni passo è un affondare morbido, un lasciarsi accogliere. Entra, scorre, pulsa, chiama. 

I baci hanno il sapore delle zagare in fiore, intrecciati ai frutti maturi della primavera, succosi, pieni, quasi eccessivi. Il tuo battito si intreccia al mio, inciampa, si riallinea, e in quell’imperfezione trova un ritmo nuovo. 

Sento ogni filo del tuo corpo trasformarsi: erba che cresce, che si piega, che resiste. Il tuo respiro diventa vento, attraversa foglie invisibili, si insinua tra rami ed entra nelle mie narici . E sotto, come una memoria domestica che non vuole svanire, le fusa del tuo gatto tengono il tempo: un suono caldo, rotondo, che culla e ancora...

C’è una bellezza antica nel desiderio di farsi madre—non solo generare, ma contenere, nutrire, essere spazio e origine. Essere terra. Essere grembo e orizzonte, come una divinità dimenticata che ancora respira sotto i nostri passi. I nostri corpi si cercano senza fretta, come se si ricordassero da prima di conoscersi. Si sfiorano, si riconoscono, si accordano. Non è solo contatto, è una lenta negoziazione tra pelle e respiro, tra presenza e abbandono. Da questo attrito nascono scintille, piccole stelle che tremano tra noi, si accendono e svaniscono, lasciando una scia che resta.

I fluidi sono tracce, mappe, linguaggi liquidi che ci raccontano mentre accadono. Non c’è bisogno di parole: gli sguardi si fanno profondi, quasi verticali, scendono e salgono insieme, scavano e accarezzano.

Le tue rughe sono paesaggi: colline morbide, pieghe della terra attraversate dal tempo. In esse leggo stagioni, attese, ritorni. Linee che non segnano una fine, ma una stratificazione—come sedimenti che custodiscono memoria.

E mentre tutto questo accade, qualcosa ancora si espande. Come se il campo, il vento e i nostri corpi non fossero separati ma parti di un unico respiro più grande. Come se l’amore non fosse un punto d’arrivo, ma una dispersione, un dissolversi lento nei contorni dell’altro, fino a non sapere più dove finisci tu e dove inizio io.

E forse è proprio lì, in quella perdita gentile, che qualcosa finalmente si compie.

Chiudi gli occhi. testo di Sonia Anguzza
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